Fisco

Buoni pasto e Partita IVA: come funzionano per i liberi professionisti e quanto si deduce

18 Maggio 2026

Matteo Pedone

Buoni pasto e Partita IVA: come funzionano per i liberi professionisti e quanto si deduce

I buoni pasto non sono riservati ai soli dipendenti: anche un libero professionista con partita IVA può acquistarli e usarli per i pasti legati al lavoro. La differenza sta nel trattamento fiscale. In regime ordinario le spese di vitto risultano deducibili al 75% entro il 2% dei compensi annui; in regime forfettario non spetta alcuna deduzione. Vediamo come funzionano, quanto si deduce davvero e quali regole valgono per chi ha dipendenti.

Buoni pasto e partita IVA: come funzionano

Si tratta di voucher di valore predefinito, in formato cartaceo o elettronico, spendibili per acquistare alimenti e bevande (esclusi gli alcolici). Si utilizzano in bar, ristoranti, supermercati, gastronomie e piattaforme di food delivery convenzionate, fino a un massimo di 8 buoni per singola transazione.

Un libero professionista può usarli?

Sì. Diversi operatori del welfare (tra cui Edenred, Pluxee, Coverflex e Satispay) li offrono anche ai titolari di partita IVA senza dipendenti. L’acquisto è ammesso a condizione che i buoni servano a finalità lavorative, che la fattura sia intestata alla partita IVA e che il pagamento avvenga con strumenti tracciabili.

Buoni pasto e deducibilità: quanto si scarica in regime ordinario

Chi adotta il regime ordinario può inserire i buoni pasto tra le spese di vitto: deducibili al 75% entro il limite del 2% dei compensi percepiti nell’anno. Non esiste un trattamento speciale per i buoni; seguono la regola generale delle spese che un libero professionista può scaricare per alimenti e bevande. Restano necessari il requisito di inerenza (collegamento con il lavoro) e la conservazione della fattura.

Esempio: con 50.000 euro di compensi, il tetto del 2% è 1.000 euro; di questi è deducibile il 75%, cioè 750 euro, da scomputare poi dalle imposte sul reddito in dichiarazione.

Buoni pasto e regime forfettario

Chi opera in regime forfettario può acquistare i buoni pasto, ma non li può dedurre: il forfettario determina il reddito applicando un coefficiente di redditività ai ricavi, senza contabilizzare i costi analitici né scaricare l’IVA. Restano comunque utili per fissare un budget mensile e organizzare le spese alimentari.

Deducibilità a colpo d’occhio

Regime fiscale Deduzione dei buoni pasto IVA
Ordinario 75% entro il 2% dei compensi Detraibile se documentata
Forfettario Nessuna deduzione Non detraibile
Con dipendenti Deducibile per i buoni erogati al personale Detraibile (formato elettronico)

Buoni pasto per chi ha dipendenti

La normativa prevede che il valore del buono pasto elettronico non concorra a formare reddito da lavoro dipendente fino a 10 euro al giorno, mentre per i cartacei la soglia resta a 4 euro. Per il professionista che ha dipendenti o collaboratori, i buoni erogati al personale sono deducibili e, entro tali soglie, non generano imposte né contributi per chi li riceve.

Cartacei o elettronici: il confronto

Caratteristica Cartacei Elettronici
Soglia esentasse per i dipendenti 4 € al giorno 10 € al giorno
Tracciabilità Limitata Elevata
Gestione Fisica, alla cassa App e card prepagata
Uso massimo per transazione 8 buoni 8 buoni

Domande frequenti

Come funzionano i buoni pasto? Sono voucher cartacei o elettronici utilizzabili per pagare pasti o acquistare alimenti, fino a 8 per transazione.

Un forfettario può dedurre i buoni pasto? No. Il regime forfettario non consente di scaricare costi analitici, quindi i buoni non producono deduzione.

Quanto si deduce in regime ordinario? Il 75% della spesa di vitto, entro il limite del 2% dei compensi annui.

Qual è la soglia esentasse per i dipendenti? 10 euro al giorno per i buoni elettronici, 4 euro per i cartacei.

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