
I buoni pasto non sono riservati ai soli dipendenti: anche un libero professionista con partita IVA può acquistarli e usarli per i pasti legati al lavoro. La differenza sta nel trattamento fiscale. In regime ordinario le spese di vitto risultano deducibili al 75% entro il 2% dei compensi annui; in regime forfettario non spetta alcuna deduzione. Vediamo come funzionano, quanto si deduce davvero e quali regole valgono per chi ha dipendenti.
Buoni pasto e partita IVA: come funzionano
Si tratta di voucher di valore predefinito, in formato cartaceo o elettronico, spendibili per acquistare alimenti e bevande (esclusi gli alcolici). Si utilizzano in bar, ristoranti, supermercati, gastronomie e piattaforme di food delivery convenzionate, fino a un massimo di 8 buoni per singola transazione.
Un libero professionista può usarli?
Sì. Diversi operatori del welfare (tra cui Edenred, Pluxee, Coverflex e Satispay) li offrono anche ai titolari di partita IVA senza dipendenti. L’acquisto è ammesso a condizione che i buoni servano a finalità lavorative, che la fattura sia intestata alla partita IVA e che il pagamento avvenga con strumenti tracciabili.
Buoni pasto e deducibilità: quanto si scarica in regime ordinario
Chi adotta il regime ordinario può inserire i buoni pasto tra le spese di vitto: deducibili al 75% entro il limite del 2% dei compensi percepiti nell’anno. Non esiste un trattamento speciale per i buoni; seguono la regola generale delle spese che un libero professionista può scaricare per alimenti e bevande. Restano necessari il requisito di inerenza (collegamento con il lavoro) e la conservazione della fattura.
Esempio: con 50.000 euro di compensi, il tetto del 2% è 1.000 euro; di questi è deducibile il 75%, cioè 750 euro, da scomputare poi dalle imposte sul reddito in dichiarazione.
Buoni pasto e regime forfettario
Chi opera in regime forfettario può acquistare i buoni pasto, ma non li può dedurre: il forfettario determina il reddito applicando un coefficiente di redditività ai ricavi, senza contabilizzare i costi analitici né scaricare l’IVA. Restano comunque utili per fissare un budget mensile e organizzare le spese alimentari.
Deducibilità a colpo d’occhio
| Regime fiscale | Deduzione dei buoni pasto | IVA |
| Ordinario | 75% entro il 2% dei compensi | Detraibile se documentata |
| Forfettario | Nessuna deduzione | Non detraibile |
| Con dipendenti | Deducibile per i buoni erogati al personale | Detraibile (formato elettronico) |
Buoni pasto per chi ha dipendenti
La normativa prevede che il valore del buono pasto elettronico non concorra a formare reddito da lavoro dipendente fino a 10 euro al giorno, mentre per i cartacei la soglia resta a 4 euro. Per il professionista che ha dipendenti o collaboratori, i buoni erogati al personale sono deducibili e, entro tali soglie, non generano imposte né contributi per chi li riceve.
Cartacei o elettronici: il confronto
| Caratteristica | Cartacei | Elettronici |
| Soglia esentasse per i dipendenti | 4 € al giorno | 10 € al giorno |
| Tracciabilità | Limitata | Elevata |
| Gestione | Fisica, alla cassa | App e card prepagata |
| Uso massimo per transazione | 8 buoni | 8 buoni |
Domande frequenti
Come funzionano i buoni pasto? Sono voucher cartacei o elettronici utilizzabili per pagare pasti o acquistare alimenti, fino a 8 per transazione.
Un forfettario può dedurre i buoni pasto? No. Il regime forfettario non consente di scaricare costi analitici, quindi i buoni non producono deduzione.
Quanto si deduce in regime ordinario? Il 75% della spesa di vitto, entro il limite del 2% dei compensi annui.
Qual è la soglia esentasse per i dipendenti? 10 euro al giorno per i buoni elettronici, 4 euro per i cartacei.
Tra le convenzioni del network, BeProf mette a disposizione soluzioni dedicate a welfare e buoni pasto: scopri le opportunità nella sezione convenzioni per gestire i pasti di lavoro con un vantaggio in più.